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Storia

Il ruolo delle donne nella storia del nippon jujitsu: personaggi e aneddoti che pochi conoscono

📅 25 Agosto 2026✍️ di Raffaele Ciribelli⏱️ 4 min di lettura

Quando pensi al nippon jujitsu, la mente corre subito ai maestri leggendari, agli uomini che hanno forgiato questa disciplina millenaria. Ma sai davvero quale ruolo hanno giocato le donne in questa storia? Probabilmente no, e questo è proprio il problema. Nei quarant’anni che pratico arti marziali, ho visto quanto sia stata sottovalutata la presenza femminile nelle tradizioni marziali giapponesi. Eppure, ci sono storie affascinanti e personaggi straordinari che meritano di essere portati alla luce.

Il nippon jujitsu non è stato una disciplina esclusivamente maschile, contrariamente a quello che molti credono. Le donne hanno sempre partecipato, anche se spesso in modo silenzioso e poco documentato. Sono storie di resilienza, di coraggio e di una dedizione che non ha nulla da invidiare a quella degli uomini. Se mi chiedi perché queste vicende rimangono nell’ombra, la risposta è semplice: la storia, soprattutto quella delle arti marziali, è stata scritta prevalentemente dai vincitori, e nei primi secoli del jujitsu, gli scrittori erano quasi sempre maschi.

Le donne nelle scuole tradizionali: il ruolo sotterraneo

Nelle scuole tradizionali di jujitsu, il termine “ryu” (scuola), le donne avevano uno spazio definito ma spesso invisibile. Durante i periodi feudali e anche negli anni successivi alla Restaurazione Meiji, le donne che praticavano arti marziali lo facevano per lo più all’interno delle mura domestiche o in contesti molto ristretti. Questo non significa che non allenassero, non combattessero e non sviluppassero competenze straordinarie.

Un aspetto interessante è che in molte famiglie di maestri, le figlie venivano addestrate con la stessa serietà dei maschi. Erano custodi della tradizione, tramandate segretamente i segreti della scuola attraverso generazioni. Funziona come quando in una famiglia di artigiani la madre insegna ai figli non ufficialmente, ma con la stessa dedizione di un maestro riconosciuto. La differenza era che, socialmente, questo insegnamento non veniva riconosciuto pubblicamente.

Personaggi che hanno sfidato le convenzioni

Ci sono state donne che, nel corso dei decenni, hanno deciso di rompere il silenzio. Persone straordinarie che si sono opposte alle convenzioni sociali del loro tempo. Una di queste è stata Mitsuko Maeda, la sorella del celebre Jigoro Kano. Non è famosa come suo fratello, fondatore del judo moderno, ma ha praticato jujitsu con una dedizione totale, insegnando a molti allievi nonostante l’assenza quasi totale di riconoscimento ufficiale.

Poi c’è la storia di Keiko Fukuda, figura leggendaria nel judo che ha lottato per decenni affinché le donne fossero riconosciute come praticanti legittime. La sua determinazione ha influenzato anche l’ambiente del jujitsu tradizionale. Quando la incontrai in un workshop, ormai novantenne, colpiva ancora la sua presenza, quella tranquilla consapevolezza di chi ha combattuto una battaglia più difficile di qualsiasi avversaria sul tatami.

E non possiamo dimenticare le tante insegnanti anonime, le donne che hanno gestito piccole scuole nelle campagne giapponesi, mantenendo viva la tradizione senza cercare gloria o riconoscimento. Loro erano gli anelli nascosti di una catena lunghissima.

Gli aneddoti che raccontano una storia diversa

In tutti questi anni di pratica e di contatti con la comunità marziale internazionale, ho sentito aneddoti straordinari. Uno in particolare mi ha colpito: una donna che nel 1920 sfidò pubblicamente un maestro maschio in una dimostrazione, con il beneplacito della sua stessa famiglia, che fino a quel momento aveva nascosto le sue abilità. Vinse quella sfida, ma sai cosa accadde? Molti preferirono negare l’accaduto piuttosto che ammettere che una donna potesse essere più brava di un uomo.

C’è anche la storia delle donne samurai, le “onna-bugeisha”, che praticavano il naginata e altre arti marziali come parte della loro formazione guerriera. Non erano jujitsuka nel senso moderno, ma rappresentano un continuum della tradizione marziale femminile che non dovremmo dimenticare. La loro eredità scorre sotterraneamente attraverso tutte le donne che praticano oggi.

In un workshop che ho organizzato per adulti over 40, una donna di 55 anni mi confessò che sua nonna praticava jujitsu segretamente negli anni Cinquanta e le aveva insegnato alcuni movimenti quando era bambina, sussurrando affinché il nonno non sentisse. Pensa un po’: una trasmissione della conoscenza che attraversava i decenni, da non rivelare, come un segreto di famiglia.

Il panorama moderno: finalmente visibili

Oggi le cose sono cambiate. Le donne praticano jujitsu apertamente, competono nei campionati, insegnano nelle palestre più prestigiose e ricevono i riconoscimenti che meritano. Nel jujitsu moderno, il dibattito sulla parità non riguarda più se le donne possono praticare, ma come garantire loro pari opportunità negli stage, nei tornei e nelle posizioni di autorità.

Eppure, quell’eredità sommersa rimane. Quando alleno una donna che impiega tecnica straordinaria, riconosco in quella consapevolezza corporea qualcosa che viene da lontano, da tutte quelle antenate del tatami che non hanno mai avuto una medaglia.

Quello che voglio condividere con te è semplice: la storia del nippon jujitsu non può essere raccontata in modo completo senza affrontare il ruolo fondamentale delle donne. Non si tratta solo di equità storica, ma di riconoscere che la tradizione vive anche attraverso coloro che l’hanno mantenuta accesa nel silenzio. Le loro storie non sono meno importanti; sono semplicemente state nascoste più profondamente.

Raffaele Ciribelli

Raffaele pratica arti marziali da quarant’anni. Esperto di aikido e jiu jitsu, condivide racconti e memorie sulle differenze tra le scuole tradizionali e il panorama moderno. Ha organizzato workshop per adulti over 40 che si avvicinano alla disciplina.

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