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Storia

Il jiu jitsu prima dei tatami: quali materiali venivano usati e cosa cambiava nella pratica

📅 19 Agosto 2026✍️ di Francesca Rizzotti⏱️ 4 min di lettura

Prima dei tatami moderni si cadeva su terra battuta, legno nudo, stuoie di paglia o sabbia. Il risultato: meno voli, più controllo, cadute asciutte e una tecnica centrata sulla protezione del corpo.

L’ho visto in dōjo polverosi tra Kansai e Luzon: maestri anziani eseguono proiezioni radenti, allungano i tempi dell’ingresso, cercano l’attrito. Le atlete con cui mi alleno chiedono spazio e presa, non morbidezza. Il pavimento detta la tattica.

Dove si cadeva prima dei tatami moderni

Terra battuta e cortili

Nelle scuole di jujutsu d’epoca pre-industriale, specie nel Giappone del Periodo Edo, si praticava spesso su terra battuta.

  • Pro: attrito elevato, stabilità in piedi, ritmo misurato.
  • Contro: abrasioni, impatti duri, poca igiene quando pioveva.

Legno non ammortizzato

Alcuni dōjō usavano pavimenti in legno senza camera d’aria.

  • Pro: superficie uniforme, ottima per piedi scalzi.
  • Contro: rimbalzo nullo: ukemi brevi, niente voli alti.

Stuoie di paglia e giunco

Prima dei puzzle moderni, si legavano stuoie di paglia di riso o giunco in fasci. Erano rigide, poco spesse.

  • Pro: minime schegge e un filo di isolamento termico.
  • Contro: assorbimento d’urto quasi inesistente.

Sabbia, segatura, coperte

In Asia sudorientale ho incontrato palestre che storicamente riempivano fosse con sabbia o segatura, o stendevano coperte arrotolate sotto stuoie.

  • Pro: soluzione economica e modulabile.
  • Contro: instabilità, igiene difficile, manutenzione costante.

In sintesi: senza tatami moderni, le superfici non perdonavano. Il gioco era più basso, il timing prudente, l’ukemi essenziale.

Cosa cambiava nella tecnica

Proiezioni e ingressi

  • Lanci contenuti: prevalgono proiezioni “radenti” (ashi waza, sutemi limitati) e rotazioni controllate.
  • Entrate a pezzi: scomposizione in micro-passi per evitare salti e cadute libere.
  • Ricerca dell’attrito: si usa il grip per “incollare” l’avversaria al suolo.

Ukemi e sicurezza

  • Cadute corte: spalle e anche toccano quasi insieme, niente fruste ampie di braccia.
  • Angoli chiusi: si piega presto il corpo per ridurre l’altezza di impatto.
  • Stop anticipati: lanciare significa anche accompagnare, non esibire potenza.

Ne-waza e controllo

  • Lotta a terra più posizionale: passaggi guardia lenti, pressioni graduate.
  • Leve progressive: meno esplosività, più piccoli aggiustamenti.
  • Gi intero come strumento: si sfruttano pieghe e orli per frenare scivolamenti.

Nota di campo: nelle classi femminili che ho seguito a Osaka e Cebu, l’assenza di ammortizzazione aumentava la negoziazione del contatto: si parla, si rallenta, si costruisce fiducia.

I materiali di transizione verso i tatami

Con l’industrializzazione arrivano soluzioni ibride: moquette su tavolato, linoleum con feltrini, tappeti di gomma naturale e, più tardi, schiume come il Polietilene espanso.

Dalle stuoie al foam

  • Stuoie tradizionali (igusa + paglia): rigide, durevoli, igienicamente delicate.
  • Pannelli imbottiti: legno + feltro/cuoio nei dōjō militari del Novecento.
  • Foam moderni (EVA/PE): puzzle leggeri, standardizzabili, igienizzabili.

Questa evoluzione ridisegna il gesto: più ampiezza nelle proiezioni, ukemi completi, ritmi più rapidi. Ma aumenta anche la distanza tra kuzushi “di frizione” e quello “di volo”.

Impatto su didattica e regolamenti

  • Più volume, più ripetizioni: l’ammortizzazione consente carichi tecnici elevati.
  • Omologazioni: nascono standard di sicurezza e dimensioni uniformi.
  • Sportivizzazione: con superfici sicure, il jiu jitsu abbraccia tornei continuativi.
Superficie Contesto tipico Impatto sulla pratica
Terra battuta Cortili, scuole storiche Proiezioni basse, ukemi corti, abrasioni frequenti
Legno nudo Dōjō interni tradizionali Controllo rigoroso, niente cadute aeree
Stuoie di paglia Case e sale tatami storiche Minima attenuazione, ritmi lenti e tecnici
Sabbia/segatura Palestre improvvisate Instabilità, focus su equilibrio e leve
Foam EVA/PE Dōjō moderni Volume alto, ukemi completi, proiezioni ampie

Voci e volti: chi preserva il passato

In una scuola di Yamagata, il maestro Suzuki stende ancora stuoie su legno. “Se senti il pavimento”, mi dice, “ascolti la tecnica”. Le sue allieve lavorano sottili sbilanciamenti e immobilizzazioni serrate.

A Iloilo, in un capannone di lamiera, ho fotografato classi su sabbia compatta. Le atlete ruotano il busto pochi gradi in più: è il margine che salva la spalla.

Queste scelte non sono folclore. Sono un modo per tramandare una pedagogia in cui il limite fisico della superficie educa alla precisione.

Vantaggi e rischi: un bilancio onesto

Perché ha senso ricordare il “prima”

  • Precisione: il terreno duro punisce gli errori e affina il dettaglio.
  • Consapevolezza: si sviluppa timing empatico con partner e ambiente.
  • Resilienza tecnica: saper cadere ovunque vale più di un record in palestra.

I limiti da non ignorare

  • Infortuni: impatti e abrasioni aumentano, servono protocolli attenti.
  • Progressione lenta: certe proiezioni si apprendono più tardi.
  • Accessibilità: debutti più difficili per chi ha timori o pregresse lesioni.

In sintesi: il jiu jitsu prima dei tatami moderni era più cauto, più aderente, più vicino alla realtà del suolo. L’evoluzione dei materiali ha ampliato il repertorio, ma la lezione del pavimento resta un capitale tecnico da non perdere.

Una nota finale: alcuni dōjō in Giappone regolano calendari “misti”, alternando giornate su pannelli moderni e sessioni su stuoie dure. È un ponte tra passato e presente che consente di allenare potenza e misura, rispetto e creatività. È lì che il jiu jitsu, anche al femminile, trova equilibrio tra protezione e verità del gesto.

Francesca Rizzotti

Francesca ha girato l’Asia visitando molte scuole di arti marziali, documentando le differenze tra culture. Appassionata di narrazione, racconta storie di atleti e maestri che ha incontrato, con un’attenzione speciale al jiu jitsu femminile.

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