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Come si è diffuso il jiu jitsu in Europa? L’errore storico che in pochi conoscono sul suo arrivo

📅 13 Agosto 2026✍️ di Valerio Donatini⏱️ 7 min di lettura

In Europa, il termine jiu jitsu ha designato, in epoche diverse, pratiche affini ma non identiche: il jujutsu giapponese classico, il judo educativo codificato da Jigoro Kano e, dagli anni Novanta, il Brazilian Jiu-Jitsu focalizzato sul combattimento a terra. Questa sovrapposizione ha generato un errore ricorrente nella memoria storica: confondere il primo arrivo del jiu jitsu con la seconda ondata legata alle MMA e al boom del BJJ. Ricostruire le tappe, con i nomi e le date, chiarisce la traiettoria reale.

Le prime tracce europee: dimostrazioni, palestre e manuali (1898–1914)

La circolazione del jiu jitsu in Europa risale alla fine dell’Ottocento, quando tecnici giapponesi offrirono dimostrazioni pubbliche e istruzione a militari, poliziotti e appassionati. A Londra, tra il 1899 e il primo decennio del Novecento, Yukio Tani e Sadakazu Uyenishi insegnarono in club cittadini e si esibirono nei teatri di varietà, contribuendo alla pubblicazione dei primi manuali illustrati in lingua europea. Nello stesso periodo, Edward William Barton-Wright sintetizzò nozioni di jujutsu in un metodo ibrido per l’autodifesa urbana, rendendo tangibile l’interesse tecnico dell’epoca.

Contemporaneamente, viaggiatori come Mitsuyo Maeda attraversarono il continente con esibizioni e incontri dimostrativi, portando all’attenzione del pubblico europeo l’efficacia delle leve articolari (kansetsu-waza) e delle proiezioni (nage-waza). Queste iniziative non furono marginali: alimentarono corsi per corpi di polizia e ginnasi civili in diversi Paesi, in un’epoca in cui l’Europa cercava sistemi moderni e “scientifici” per il controllo dell’avversario senza l’uso di armi.

Dal punto di vista tecnico, il jiu jitsu di inizio Novecento alternava proiezioni a tecniche di immobilizzazione a terra (ne-waza), con un’enfasi pragmatica sull’autodifesa. La terminologia era fluttuante perché la romanizzazione giapponese non era ancora standardizzata: la grafia ju-jitsu o jiu-jitsu coesisteva con jujutsu, riflettendo la pluralità dei lignaggi e l’adattamento linguistico locale.

Dal jujutsu al judo: standardizzazioni e istituzioni (1918–1964)

Dopo la Prima guerra mondiale, la pratica si consolidò in forme più strutturate. A Londra, Gunji Koizumi fondò nel 1918 il Budokwai, polo che facilitò i contatti con il Giappone e l’adozione del judo Kodokan, in cui i principi del jujutsu venivano normalizzati per finalità educative e sportive. La presenza di maestri e le visite di Jigoro Kano favorirono un passaggio graduale dal jujutsu “di dimostrazione” al judo come disciplina con gradi, regolamenti e metodi didattici uniformi.

In Francia, dagli anni Trenta, Mikinosuke Kawaishi codificò una progressione per cinture colorate che rese l’apprendimento più accessibile e attraente per il pubblico europeo. Nacquero federazioni e un calendario agonistico, passo decisivo per la legittimazione sportiva. Nel dopoguerra, l’istituzionalizzazione accelerò: la European Judo Union venne fondata nel 1948, e il judo entrò nel programma dei Giochi Olimpici di Tokyo 1964 con il riconoscimento del Comitato Olimpico Internazionale.

L’impatto della Seconda guerra mondiale fu duplice. Da un lato interruppe scambi e carriere; dall’altro, la necessità di sistemi efficienti di controllo e arresto riportò tecniche affini al jiu jitsu nei corsi di polizia e nelle forze armate. Molti manuali europei del dopoguerra incorporavano immobilizzazioni e proiezioni ormai note alla comunità del judo, cementando una cultura grappling che avrebbe inciso anche sulle generazioni successive.

L’errore storico: confondere il “primo arrivo” con il boom del BJJ

La narrazione più diffusa negli ambienti non specialistici attribuisce l’arrivo del jiu jitsu in Europa al successo del Brazilian Jiu-Jitsu negli anni Novanta, complice la visibilità televisiva dell’UFC e l’ascesa delle MMA. È un errore di prospettiva. Il continente aveva già assorbito, tra 1898 e 1930, un corpus di tecniche e metodi riconducibili al jujutsu, poi canalizzati nel judo sportivo e in programmi di autodifesa.

Il fraintendimento nasce da due fattori: la coincidenza terminologica (jiu jitsu come nome-ombrello) e l’impatto mediatico del BJJ, che ha reso popolare il combattimento a terra con kimono (gi) e, più tardi, senza kimono (no-gi). Ma la genealogia europea è stratificata e documenta almeno due ondate distinte.

Ambito Obiettivo Tecniche prevalenti Istituzione guida Diffusione in Europa
Jujutsu giapponese classico Autodifesa e controllo Proiezioni, leve, strangolamenti Scuole tradizionali (koryu) Fine XIX – inizi XX secolo
Judo Educativo e sportivo Nage-waza, ne-waza regolamentati Kodokan, federazioni europee Consolidamento 1918–1964
Brazilian Jiu-Jitsu Combattimento a terra Guardia, passaggi, finalizzazioni IBJJF e circuiti professionali Seconda ondata dagli anni ’90

La seconda ondata: il Brazilian Jiu-Jitsu dagli anni ’90

Il BJJ, sviluppato in Brasile dal primo Novecento a partire da influenze judo/jujutsu, ha ridefinito le priorità tecniche sull’asse del ne-waza. La spinta globale degli anni Novanta, innescata dal successo competitivo di praticanti come Royce Gracie, ha raggiunto rapidamente l’Europa, dove esisteva già una base di grappling grazie al judo e ad altre tradizioni (sambo, lotta libera).

Nelle principali capitali europee sorsero team affiliati a scuole brasiliane, con i primi campionati nazionali informali già alla fine del decennio. Dal 2004 l’European Jiu-Jitsu Championship dell’IBJJF, a Lisbona, ha fornito un riferimento stabile per categorie di peso, cinture e regolamento a punti. La crescita è stata costante: aree urbane come Londra, Lisbona, Parigi e Berlino hanno visto un incremento annuale di palestre e di eventi pro no-gi, favoriti da formati a invito e tornei a eliminazione diretta.

Il sistema di gradi del BJJ (bianca, blu, viola, marrone, nera), con passaggi basati su tempo di pratica, abilità tecnica e risultati agonistici, ha offerto un percorso chiaro agli adulti. In parallelo, l’emergere di circuiti professionali ha valorizzato specializzazioni come il gioco di guardia (es. half-guard, de la Riva) e i passaggi strutturati, elementi meno centrali nel judo contemporaneo a causa delle differenze regolamentari.

Regole, attrezzatura e ibridazioni: cosa è rimasto in Europa

Il quadro europeo attuale è un ecosistema di pratiche integrate. Il judo ha mantenuto un ruolo federale e olimpico, con regolamenti che privilegiano la proiezione e tempi limitati a terra. Il BJJ ha occupato l’area della lotta prolungata a terra, tanto con kimono quanto in no-gi, proponendo un sistema a punti chiaro (passaggio di guardia, stabilizzazione della monta, presa della schiena) e penalità per condotte negative. Molti club alternano i due approcci per completa formazione del grappler.

Sul fronte dell’attrezzatura, le superfici di pratica seguono standard di sicurezza europei: i tatami per proiezioni sono tipicamente spessi 40–50 mm e conformi alla norma EN 12503 per protezione dagli impatti. I kimono in cotone intrecciato presentano grammature comuni tra 350 e 550 g/m², bilanciando resistenza alle impugnature e comfort termico. Nel BJJ, i requisiti di uniformità includono lunghezze minime di maniche e pantaloni per garantire presa e parità di condizioni in gara.

Le contaminazioni tecniche con lotta olimpica e sambo hanno favorito passaggi di competenze. In diversi Paesi dell’Europa centrale e orientale, la tradizione di proiezioni a doppia gamba e sollevamenti esplosivi ha accelerato l’adattamento al BJJ no-gi, mentre la scuola francese e britannica di ne-waza, forte di decenni di judo agonistico, ha fornito basi solide per transizioni e immobilizzazioni. La convergenza è visibile nei programmi delle accademie, che distinguono con precisione drill per il controllo della linea mediana, la gestione delle leve e la difesa dagli strangolamenti.

Cronologia essenziale e correzione della prospettiva

Una sequenza sintetica aiuta a evitare confusioni lessicali e storiche:

  • 1898–1905: prime dimostrazioni e corsi di jujutsu in Gran Bretagna; manuali e spettacoli popolari.
  • 1918: fondazione del Budokwai a Londra; consolidamento dei rapporti con il Kodokan.
  • Anni ’30: sistematizzazione in Francia con l’approccio di Kawaishi; cinture colorate e didattica progressiva.
  • 1948: nascita della European Judo Union; diffusione federale nel dopoguerra.
  • 1964: debutto olimpico del judo a Tokyo.
  • Anni ’90: arrivo del Brazilian Jiu-Jitsu in Europa, trainato dal fenomeno MMA.
  • 2004: prima edizione dell’European Championship IBJJF a Lisbona.

La correzione dell’errore storico è semplice ma cruciale: il primo jiu jitsu d’Europa non coincide con il BJJ degli anni Novanta. A cavallo tra Ottocento e Novecento, maestri giapponesi e promotori europei introdussero già un corpus coerente di tecniche grappling, poi incanalato nel judo e in percorsi d’autodifesa civile. La seconda ondata, quella del BJJ, ha ridefinito priorità e metodi, ma non costituisce l’inizio assoluto.

L’autore, praticante di jiu jitsu da oltre dieci anni e attivo in un gruppo amatoriale a Modena, rileva che questa distinzione aiuta i principianti a scegliere un percorso. Chi privilegia la lotta a terra continua può orientarsi verso il BJJ; chi predilige la proiezione e il contesto olimpico trova nel judo un quadro regolamentare consolidato. In entrambi i casi, comprendere la stratificazione storica consente di leggere in modo più accurato l’evoluzione tecnica dei tatami europei.

Valerio Donatini

Valerio pratica jiu jitsu da oltre dieci anni, spinto dalla curiosità per le arti marziali nata durante un viaggio in Giappone. Ha combattuto in tornei locali e gestisce un piccolo gruppo amatoriale a Modena. Racconta spesso le sue esperienze per aiutare i principianti ad orientarsi nel mondo del grappling.

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