Che relazione c’è tra samurai e jiu jitsu? Dettagli sulla formazione dei guerrieri poco noti

Mi trovo spesso a rispondere a una domanda che molti praticanti di jiu jitsu mi pongono con un certo stupore: i samurai praticavano il jiu jitsu? La risposta non è semplice come un sì o un no. Immaginate un maestro d’arme del XVI secolo nelle sale dei daimyo, che insegna ai guerrieri le tecniche di proiezione e lotta a terra. Non era il jiu jitsu moderno, eppure rappresentava il germe di qualcosa che avrebbe trasformato per sempre l’arte marziale giapponese.
Le origini comuni nei sistemi di combattimento
La relazione tra samurai e jiu jitsu affonda le radici in un terreno comune: la necessità militare di dominare l’avversario senza armi, o quando le armi venivano perse in battaglia. Nel Giappone medievale, i guerrieri dovevano padroneggaire tecniche di lotta ravvicinata per sopravvivere. I samurai studiavano il jujutsu antico, conosciuto come koruyu jujutsu, un insieme di sistemi che enfatizzavano leve, proiezioni e prese per controllare un nemico armato.
Questa distinzione è cruciale. Il jiu jitsu che conosciamo oggi, quello che si pratica nei dojo contemporanei, è il risultato di una ricerca secolare che ha visto i samurai come catalizzatori di un’evoluzione costante. Non si trattava di uno sport, ma di una pratica marziale legata direttamente alla sopravvivenza. La violenza era reale, e ogni tecnica doveva funzionare quando la vita era in gioco.
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Tornei di jiu jitsu in Italia: come partecipare e i vantaggi per chi inizia oraDiversi ryu, le scuole tradizionali, svilupparono sistemi propri. Alcuni enfatizzavano le proiezioni, altri le leve articolari, altri ancora le tecniche di strangolamento. Questa varietà creativa è uno degli aspetti meno noti della storia samurai, ma fondamentale per comprendere come il jiu jitsu sia nato da una cultura guerriera che valorizzava l’efficienza e l’adattamento.
La formazione del guerriero completo
Un samurai non era semplicemente un uomo con una spada. La sua educazione, come emerge dagli studi sulle scuole storiche di Kyoto e Osaka, comprendeva una preparazione fisica e mentale che aveva del singolare. Il jujutsu rientrava nella formazione come disciplina complementare al combattimento armato. Quando il nemico era troppo vicino per estrarre il katana, oppure quando si cadeva da cavallo durante una battaglia, il jujutsu diventava la risorsa decisiva.
I maestri più rinomati, come quelli della scuola Takenouchi, insegnavano ai guerrieri come neutralizzare un avversario armato servendosi principalmente della forza di gravità e della meccanica corporea. Utilizzavano palle di ferro, corde, e praticavano su superfici irregolari. La formazione era olistica: incorporava respiro, posizionamento dei piedi, distribuzione del peso. Aspetti che riconoscerebbero subito i praticanti moderni di jiu jitsu.
Quello che colpisce è la serietà quasi religiosa con cui questa pratica veniva insegnata. Non era una disciplina secondaria, ma parte della Via del Guerriero. Lo Bushidō non era solo un codice etico, ma una filosofia che permeava ogni aspetto della formazione militare samurai, incluso il jujutsu. La lealtà, l’onore, la perseveranza erano valori trasmessi anche attraverso le tecniche di lotta.
Dal campo di battaglia al dojo moderno
Quello che affascina chi studia queste radici è il percorso compiuto dal jiu jitsu. Dopo il 1868, con la restaurazione Meiji e l’apertura del Giappone all’Occidente, i samurai persero il loro ruolo sociale e militare. Le loro arti furono improvvisamente senza contesto storico. Potevano scomparire, oppure trasformarsi. Scelsero di trasformarsi.
Maestri come Jigoro Kano riconobbero che il jujutsu non era una reliquia, ma un sistema vivo e adattabile. Nel 1882 fondò il Kodokan a Tokyo, trasformando il jiu jitsu in una pratica con regole, ranking e una metodologia d’insegnamento razionale. Era una rivoluzione silenziosa. Prendeva le tecniche guerriere samurai, le ripuliva dalla componente del combattimento puro, e le convertiva in uno strumento di sviluppo personale e sportivo.
Eppure, e questo è il dettaglio affascinante, la filosofia rimase. Chi pratica jiu jitsu oggi, quando scopre di stare seguendo una lineage che affonda nei guerrieri medievali, sente qualcosa di profondo. Non è solo una coincidenza tecnica. La struttura mentale del jiu jitsu moderno, l’idea che la tecnica superi la forza bruta, che la pazienza e lo studio siano superiori all’aggressività istintiva, è una lezione samurai.
La ricerca della perfezione tecnica
Quando salgo sul tatami, mi ritrovo spesso a riflettere su come gli insegnamenti samurai rimangono vivi nelle minutezze della pratica. Il perfezionamento tecnico infinito, il concetto di shu-ha-ri che governa l’apprendimento in molte arti giapponesi, la disciplina che accetta la sconfitta come insegnamento: sono tutti elementi che i samurai praticavano nel jujutsu antico e che i praticanti moderni respirano ogni volta che incominciano una sessione.
La relazione tra samurai e jiu jitsu non è quindi soltanto storica o filologica. È viva. I guerrieri antichi ci hanno lasciato un sistema di crescita personale che funziona ancora oggi, se lo pratichiamo con la stessa serietà e intenzione con cui lo praticavano loro. Non il jiu jitsu come sport competitivo, necessariamente, ma come cammino di trasformazione interiore.
Scoprire questi dettagli poco noti della formazione samurai ha cambiato il modo in cui comprendo la mia pratica. Non sto imparando una tecnica moderna con radici antiche. Sto continuando una conversazione iniziata secoli fa tra maestri e discepoli, una ricerca di perfezione che ogni generazione reinterpreta, ma che mantiene il suo nucleo intatto. E questo, forse, è il dono più grande che i samurai ci hanno lasciato.

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