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Storia

Quali sono i miti più diffusi sulle origini del jiu jitsu? Le verità che sorprendono i praticanti

📅 24 Agosto 2026✍️ di Sonia Marchetti⏱️ 6 min di lettura

Chi si allena, chi sta per iniziare e chi accompagna i figli in palestra si fa la stessa domanda: da dove viene davvero il jiu jitsu? Negli ultimi mesi, complice il boom di tornei e iscrizioni autunnali, discussioni e post virali hanno rilanciato vecchi miti. Perché conta? Per orientare l’allenamento, capire l’identità tecnica e culturale della disciplina e non cadere in semplificazioni. Scrivo da cronista e praticante che è cresciuta nel Sud dove vedere una ragazza sul tatami non era scontato: i fatti, più dei racconti, aiutano tutti a sentirsi parte di una storia condivisa.

Le radici giapponesi oltre il mito brasiliano

L’idea che il jiu jitsu sia “nato in Brasile” è suggestiva ma storicamente imprecisa. Le radici stanno nelle scuole di jujutsu giapponese sviluppatesi tra periodo Edo e inizio Novecento, con tecniche di proiezioni, leve, immobilizzazioni e colpi. A fine Ottocento, il lavoro di Jigoro Kano al Kodokan sistematizzò principi, didattica e regolamenti moderni, codificando proiezioni e ne-waza in forma sportiva e pedagogica.

Il ponte col Brasile arriva poco dopo: Mitsuyo Maeda, formatosi al Kodokan e attivo in dimostrazioni e match internazionali, porta in Sudamerica un jujutsu dal forte accento sul combattimento reale. A Rio e Belém, la famiglia Gracie assimila e rielabora quello stile, selezionando tattiche di controllo a terra e transizioni efficienti. Nasce così il Brazilian Jiu-Jitsu (BJJ), che non “inventa” il jiu jitsu ma ne sviluppa un dialetto tecnico ad altissima specializzazione.

Dalla guerra ai dojo: evoluzione, non reliquia dei samurai

Un altro mito diffuso racconta il jiu jitsu come pratica immutata dei samurai “di battaglia”. In realtà, le tecniche che arrivano fino a noi passano per trasformazioni sociali e istituzionali profonde. Con la Restaurazione Meiji, la modernizzazione del Giappone e il tramonto del combattimento in armatura, il jujutsu si adatta a nuovi contesti: autodifesa civile, addestramento della polizia, educazione fisica nelle scuole. Nei dojo, l’attenzione si sposta su sicurezza, ripetibilità, randori e regole: la sostanza resta marziale, ma cambia il quadro d’uso.

Dire “viene dai samurai” è quindi vero solo in senso genealogico. Più corretto: ciò che pratichiamo è l’esito di un secolo e mezzo di selezioni tecniche, regolamenti e scelte educative.

Nessun “padre unico”: una foresta di scuole e influenze

La tentazione di nominare un fondatore assoluto è forte, ma il jiu jitsu è una foresta, non un albero. Dalle ryu antiche al Kodokan, fino ai club di inizio Novecento, i lignaggi si intrecciano. Nel BJJ, oltre a Maeda, contano gli scambi con lottatori occidentali, il confronto con catch wrestling e luta livre, i format di sfida che hanno premiato il controllo a terra. La genealogia è corale: maestri, regolamenti e contesti competitivi hanno agito da “selettori naturali” delle tecniche più efficaci.

Come mi ha sintetizzato uno storico delle arti marziali che collabora con federazioni europee: “La domanda giusta non è chi l’abbia inventato, ma come è cambiato allenamento dopo allenamento, gara dopo gara”. Un’evoluzione che continua oggi nelle palestre italiane.

Perché tanta lotta a terra? Il ruolo del ne-waza

Si dice spesso che il jiu jitsu “è tutto terreno”. Anche qui, la realtà è più sfumata. Nelle scuole storiche, atemi e proiezioni avevano un peso rilevante, mentre il lavoro a terra (ne-waza) variava per tradizione. A inizio Novecento, alcuni confronti in Giappone resero popolare un ne-waza più insistito; poi, in Brasile, la pratica di sfide a tempo ridotto e scontro uno contro uno in spazi limitati premiò ulteriormente il controllo e le finalizzazioni da guardia e passaggi. Con l’esplosione delle competizioni regolamentate, la logica dei punteggi ha rifinito scelte tecniche e strategie.

Conclusione: il terreno è oggi un marchio identitario del BJJ e una componente importante del jujutsu sportivo, ma non è l’unico tassello della tradizione né l’unica via efficace.

Il dogi non è eterno: cosa è davvero “tradizionale”

Un dettaglio spesso mitizzato è il dogi come veste “di sempre”. In realtà, l’uniforme bianca e gli standard di taglio sono frutto della sistematizzazione moderna promossa tra fine Ottocento e primo Novecento per motivi igienici, didattici e di equità in gara. Prima, l’allenamento si adattava ai vestiti del tempo. Allo stesso modo, il sistema di cinture colorate per segnare i progressi è un’invenzione relativamente recente, pensata per motivare e rendere visibile il percorso tecnico.

Dire che il no-gi sia “non tradizionale” semplifica troppo: lavorare senza giacca o con abiti comuni è parte della storia, tanto quanto l’uso del dogi nel judo e nel BJJ moderni.

Le donne nella storia: una presenza meno visibile, non assente

Un altro mito duro a morire è che il jiu jitsu sia nato e cresciuto solo al maschile. La documentazione storica racconta una partecipazione femminile meno visibile, non assente: tra fine Ottocento e primo Novecento, in Europa e negli Stati Uniti compaiono corsi di autodifesa ispirati al jujutsu; nel Giappone del Novecento, figure come Keiko Fukuda, nel judo, simboleggiano un varco culturale. Oggi, nelle palestre italiane, il ricambio è evidente: più atlete nelle categorie giovanili, mamme che si rimettono in gioco, istruttrici qualificate che guidano classi miste.

Nel mio lavoro con eventi per famiglie, vedo bambine curiose e ragazzi che imparano il rispetto reciproco. Il tatami funziona quando racconta una storia in cui tutti possono stare.

Brasile e Italia oggi: un ponte, non una frattura

Spesso il dibattito si incaglia su “giapponese contro brasiliano”, come se fossero mondi incompatibili. Di fatto, la relazione è un ponte tecnico-culturale: dal Giappone arriva la struttura educativa, dal Brasile una selezione tattica e competitiva raffinatissima, dalla scena internazionale un confronto continuo che aggiorna metodi e regole. Le nostre palestre beneficiano di questa circolazione: seminari con coach brasiliani e giapponesi, atleti che portano a casa innovazioni e le rivedono alla luce dei regolamenti nazionali.

Con l’avvio della stagione autunnale, i calendari italiani stanno accelerando: stage tecnici, gare giovanili, pro-matches trasmessi in streaming. La cornice ideale per rimettere al centro i fatti, studiare le fonti e allenare competenze trasferibili tra gi e no-gi, tra sport e autodifesa responsabile.

Cosa imparare dai miti sfatati

Tre takeaway per chi entra ora in palestra o vuole aggiornare il proprio bagaglio: primo, conoscere la genealogia evita identità di facciata e indirizza l’allenamento sugli obiettivi reali. Secondo, il jiu jitsu è un organismo vivo: accetta il cambiamento e pratica con spirito critico, valutando ciò che funziona per il tuo corpo e il tuo regolamento. Terzo, il ponte tra culture è un valore: valorizzare le differenze tecniche senza trasformarle in tifoserie.

La storia non toglie magia al tatami: la rende più solida. E per chi, come me, ha scelto di aprire le porte a famiglie e bambini, è la chiave per far sentire tutti a casa in un’arte che continua a stupire proprio perché non ha mai smesso di cambiare.

Sonia Marchetti

Sonia è cresciuta in una piccola città del sud dove era insolito vedere donne praticare arti marziali. Ha rotto molti schemi con il suo entusiasmo per il jiu jitsu. Oggi promuove eventi che coinvolgono famiglie e bambini nell’attività sportiva.

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