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Quali errori commette chi esegue un bloccaggio al polso? Il motivo per cui spesso la tecnica non funziona

📅 16 Agosto 2026✍️ di Giuseppe Lari⏱️ 4 min di lettura

Il bloccaggio al polso è uno di quei movimenti che pensi di conoscere bene, finché non ti ritrovi nel tatami con qualcuno che lo esegue correttamente. Ho visto decine di allievi – sia dal mio passato di istruttore di judo che dai miei seminari internazionali di jiu jitsu – che applicano questa tecnica in modo approssimativo, ottenendo risultati inconsistenti. Il problema non è mai il bloccaggio in sé, ma come viene costruito e mantenuto nel tempo reale di una lotta.

Confondere il polso con la mano: il primo grande errore

Comincio dal fondamentale che più spesso viene ignorato. Quando eseguiamo un bloccaggio al polso, l’errore più comune è pensare di stare controllando la mano dell’avversario. In realtà, il fulcro deve essere sempre il polso – l’articolazione, non le dita. Ho visto ragazzi che premono forte sulle dita, credendo di avere un controllo solido, mentre l’avversario ruota l’articolazione e sfugge facilmente.

La differenza è concreta. Quando mi capita di fare lezione e noto questo errore, fermo subito l’esercizio e chiedo al ragazzo di mettere il palmo della mano piatta. A quel punto, provo a ruotare il suo polso applicando una lieve pressione sull’articolazione stessa, non sulle dita. Improvvisamente capisce cosa significa davvero controllare.

Il polso è una Articolazione anatomica complessa e versatile, ma ha dei limiti di rotazione ben precisi. Dobbiamo conoscerli per sfruttarli. Se il nostro bloccaggio non considera questi limiti anatomici, stiamo solo combattendo contro la forza bruta dell’avversario, e lì perderemo sempre.

Posizionamento sbagliato del corpo: geometria vince sulla potenza

Un secondo errore che osservo costantemente riguarda la geometria del nostro corpo rispetto a quello dell’avversario. Molti pensano che il bloccaggio al polso funzioni se applichiamo pressione verticale verso il basso, come se stessimo cercando di spingere il braccio contro il tatami. Non è così.

Il bloccaggio funziona quando il nostro corpo è posizionato in modo tale da sfruttare la leva meccanica. Questo significa che il nostro fulcro (le mani sul polso) deve creare un angolo preciso con l’articolazione, non una semplice spinta. Mi è capitato recentemente di lavorare con un allievo che applicava questo movimento in montatura: aveva le mani giuste, ma il suo corpo era rivolto in direzione sbagliata. Quando ha corretto l’allineamento, improvvisamente il bloccaggio è diventato reale e controllabile.

La geometria vince sulla potenza. Un ragazzo forte che non sa il posizionamento corretto perderà contro un tecnico che comprende come le leve funzionano sul corpo umano. Questo principio lo portavo direttamente dal judo, e continua a essere vero nel jiu jitsu.

Mantenere il controllo nel tempo: il bloccaggio non è statico

Qui arriviamo al nodo centrale di come questa tecnica spesso fallisce. Molti applicano il bloccaggio come se fosse una posizione finale, un momento fotografico. In realtà, un bloccaggio al polso in una lotta dinamica deve evolvere costantemente.

L’avversario non starà fermo aspettando che lo controliamo. Cercherà di ruotare il corpo, di creare angoli diversi, di sfruttare il momentum per sfuggire. Se il nostro bloccaggio è rigido, senza adattamento, falliamo. Ho passato anni insegnando a studenti come mantenere un controllo fluido, regolando la pressione man mano che l’avversario si muove.

Un caso concreto: settimana scorsa un ragazzo mi ha chiesto perché il suo bloccaggio al polso non teneva mai quando passava alla sottomissione vera e propria. Ho notato che una volta applicato il bloccaggio iniziale, lui diventava statico. Nel momento in cui l’avversario iniziava a muoversi, il controllo crollava. Abbiamo lavorato su come il bloccaggio deve “respirare” – deve seguire i movimenti dell’avversario mantenendo la pressione nel punto giusto.

La pressione eccessiva come segnale di fragilità tecnica

Se sentiamo il bisogno di applicare una pressione enorme per tenere il bloccaggio, molto probabilmente il nostro posizionamento è sbagliato. Questo è un insegnamento che ho ricavato dai seminari internazionali a cui ho partecipato: i tecnici migliori non si affaticano.

Un bloccaggio ben eseguito dovrebbe richiedere una pressione moderata e controllabile. Se devo spremere al massimo, significa che la geometria non è ottimale. L’avversario sente questa tensione e sa di poter resistere fino a stancarmi. Al contrario, un bloccaggio posizionato correttamente lascia l’avversario senza opzioni reali di fuga – semplicemente, l’articolazione non consente movimento.

Ho insegnato questa lezione mille volte: potenza consapevole batte sempre potenza pura. Una cosa che cerco di trasmettere è proprio come le Arti marziali siano uno spazio dove la consapevolezza del corpo, l’equilibrio e la tecnica hanno valore maggiore rispetto alla semplice forza.

Il bloccaggio al polso come lezione di gestione dello stress

Tutto questo ragionamento tecnico mi ricorda una lezione più grande che il jiu jitsu ci insegna. Quando siamo sotto pressione – letteralmente sul tatami – la nostra istintiva reazione è fare più forza. Ma funziona il contrario: la calma, la respirazione e il posizionamento tecnico risolvono il problema.

Ho visto come questa consapevolezza corporea migliora anche la fiducia personale di chi pratica. Chi impara a risolvere un bloccaggio attraverso la tecnica, non la forza, sviluppa un’autostima diversa. Capisce che i problemi si risolvono con intelligenza, non con prepotenza.

La prossima volta che applicate un bloccaggio al polso e non funziona, prima di aumentare la pressione, fermatevi a verificare: il mio polso è nel punto giusto? Il mio corpo è allineato correttamente? Sto seguendo il movimento dell’avversario o resto statico? Nove volte su dieci, la risposta vi farà capire cosa serve correggere. E una volta corretto, vedrete come la tecnica funziona davvero.

Giuseppe Lari

Giuseppe è stato istruttore di judo prima di scoprire la passione per il jiu jitsu nel tempo libero. Ha frequentato seminari internazionali e ama raccontare casi di studio su come le arti marziali migliorano la fiducia personale e la gestione dello stress.

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